Nel mezzo della remota Patagonia cilena si trova la Valle di Cochamó, un territorio che sembra quasi fermo nel tempo. Boschi antichi, corsi d’acqua cristallini e montagne immobili disegnano un paesaggio dove l’uomo – diciamo così – ha lasciato poco più di un’impronta leggera. Un’area di 133.000 ettari, più vasta di Central Park a New York, che è stata recentemente protetta grazie a un’operazione internazionale non da poco. L’acquisto – 63 milioni di dollari spesi – ha visto collaborare ambientalisti cileni e realtà locali, un gesto significativo per tutelare l’ecosistema e rispettare chi da sempre abita quel luogo.
Tra gli ambienti più intatti spiccano ecosistemi primari davvero rari. Alberi millenari come l’alercio, legno robusto e famoso un tempo per le costruzioni navali, dominano il territorio. La Valle ospita circa l’11% di questa specie a livello mondiale – un dato notevole, davvero. Fiumi color turchese, cascate che tolgono il fiato e una fauna ricca – dal colibrì al condor – popolano quest’area. La mancanza di strade moderne, l’energia da fonti rinnovabili e il turismo molto limitato formano un equilibrio delicato, quasi perfetto – un modello poco conosciuto ma molto ammirato dagli esperti.
Un territorio al limite della trasformazione irreversibile
Nel corso degli ultimi anni la Valle di Cochamó ha rischiato più volte di perdere la sua natura intatta. Nel 2012 si ipotizzò un progetto idroelettrico imponente, con strutture alte fino a 150 metri e nuove arterie asfaltate, che avrebbero cambiato per sempre il volto del luogo. E non solo. Progetti per villaggi turistici di lusso e la copertura asfaltata delle vie interne – un particolare non da poco – avrebbero rovinato gli habitat e la vita delle comunità locali. Di fronte a tutto ciò, allevatori, guide alpine e ambientalisti si sono messi insieme, opposti a queste trasformazioni.

La reazione della gente ha dato vita a una raccolta fondi globale, che ha bloccato i piani più distruttivi. Oltre a questo, è stato ideato un nuovo modo di gestire la Valle: l’80% del territorio destinato alla conservazione totale, con controlli serrati sugli accessi. Il 20% rimane per usi a basso impatto, come turismo sostenibile e allevamenti familiari. Così la Valle continua a essere un “posto vissuto” – non un semplice parco naturale – con un ruolo attivo per le comunità e una gestione consapevole e responsabile.
Un modello di conservazione sostenibile con radici profonde
Oggi la Valle di Cochamó non è solo un’area protetta, ma rappresenta un esempio concreto di convivenza tra natura e attività umane. Per evitare pressioni eccessive – e non farne un luogo qualunque – è stato fissato un tetto di 15.000 visitatori all’anno, con prenotazioni obbligatorie, sentieri designati e campi base studiati su misura. La partecipazione diretta degli abitanti locali garantisce il rispetto e la duratura armonia tra l’uomo e l’ambiente circostante.
Negli ultimi tempi sono partiti monitoraggi faunistici con fototrappole e il coinvolgimento delle comunità per controllare specie a rischio. Tra i risultati più sorprendenti c’è la scoperta di una piccola colonia di huemul, il cervo simbolo nazionale cileno, ora minacciato d’estinzione. Il progetto segue un approccio già sperimentato altrove in Cile e Argentina, ma con una novità: i parchi “ibridi” dove protezione e attività economiche sostenibili convivono. Un modello che guarda oltre i vincoli rigidi, puntando a un futuro concreto e fattibile per la conservazione. Un equilibrio che ha attirato l’attenzione internazionale, in un mondo che chiede risposte vere alla crisi climatica.