Nel cuore del Molise, dove le onde dell’Adriatico si infrangono senza sosta e un vecchio borgo custodisce silenziose storie, c’è un’atmosfera che pochi conoscono davvero. Campomarino non è solo un nome su una cartina: da più di cinque secoli si parla non soltanto italiano, ma anche una lingua che racconta migrazioni lontane, fughe disperate e incontri culturali inediti. Qui la comunità arbëreshë vive e si fa sentire, raccontando quanto l’immigrazione – quando accolta e intrecciata – possa diventare un vero patrimonio sociale, unendo tradizioni e idiosincrasie in un tessuto che tiene insieme passato e presente.
Dai cartelli nelle strade – bilingui, per non dimenticare –, alle chiese che parecchio fanno parlare di sé, come quella di Santa Maria a Mare: un piccolo miracolo architettonico dove elementi bizantini si mescolano al rito cattolico. Chi abita Campomarino lo sa, non sono vecchie storie da museo: si tratta di usi vivi, pratiche passate di mano in mano, il tesoro culturale di un popolo che resiste al tempo e ai cambiamenti.
La comunità arbëreshë e il suo ruolo nella conservazione della lingua
Più di mezzo millennio fa, dopo la metà del Quattrocento, gli albanesi arrivarono in Molise. Storicamente non è roba di poco conto. Proprio perché qui, su terre lasciate vuote dai signori, quei rifugiati portarono con sé una lingua e una cultura profonde, nate in contesti lontani eppure capaci di sopravvivere alle intemperie sociali e storiche. E così, passo dopo passo, si è costruito un mosaico di integrazione, fatto di inevitabili scambi ma anche di modifiche lente e attenti adattamenti.


La lingua arbëreshë sembra quasi un’altra cosa rispetto all’italiano e a quell’albanese moderno che magari qualcuno immagina familiare: è un patrimonio orale, che sopravvive grazie alla volontà di chi – ogni giorno – si impegna a portarla avanti. I canti, le filastrocche, i racconti di paese sono più di semplici espressioni: custodiscono un collegamento diretto con le radici. Anche chi non la padroneggia del tutto avverte questo legame, capisce che si tratta della colla che tiene unito un senso di identità collettiva.
Così si spiega la ricchezza delle pratiche religiose: il rito bizantino a Pasqua, ad esempio, è un momento di comunione vera, una festa dove la comunità si riunisce indossando i costumi che raccontano storie di tempi remoti. Per gli studiosi, un’attrazione palpabile, un esempio genuino di resistenza culturale. E per non parlare poi della cucina, con piatti come il bükë e färguarë, che raccontano a tavola una cultura che non si nasconde ma si adatta, si rinforza, accogliendo sapori nuovi senza perdere se stessa.
Cosa racconta Campomarino oggi tra musei a cielo aperto e economia del mare
Campomarino oggi non è solo un reliquario di tradizioni, ma un luogo dove storia e novità convivono. La Chiesa di Santa Maria a Mare, per esempio, rappresenta un punto fermo, spirituale e culturale: nel suo interno convivono icone bizantine e liturgia cattolica, un connubio che – un po’ strano a pensarci – parla del rispetto profondo tra culture diverse, sentito dai suoi abitanti. Un segno tangibile di una identità che continua a lasciare il segno.
I murales nelle vie del paese? Non sono solo decorazioni: ritraggono vite vissute, tradizioni che altrimenti svanirebbero, momenti storici impressi sui muri, trasformando il borgo in una galleria d’arte a cielo aperto. Dettaglio non da poco, perché così Campomarino non attrae solo chi già conosce la cultura arbëreshë, ma anche chi cerca un’esperienza magari insolita, vera, lontana dai soliti circuiti turistici.
Il mare, poi, non si può ignorare. Le spiagge di Campomarino Lido – sempre vive d’estate e ben attrezzate – danno un ritmo alla vita sociale ed economica. Insomma, hanno trovato il modo di convivere con la tutela del patrimonio culturale, scoprendo un equilibrio che bilancia turismo e rispetto. Un punto chiave per chi vuole provare a fermare lo spopolamento, una piaga diffusa in tanti centri rurali del Sud.
Un’esperienza di integrazione per affrontare le sfide future
C’è chi nel dibattito sull’immigrazione guarda a Campomarino come un modello reale, non solo ideale. La comunità arbëreshë ha dimostrato che tenere viva un’identità – ben radicata, peraltro – non significa chiudersi ma può diventare un valore per tutta la società, anche in campo economico. Un’eredità storica che si trasforma in forza, un ponte verso il domani.
Il turismo culturale assume qui un ruolo concreto: non per moda, ma per attrarre chi cerca qualcosa di autentico e poco esposto altrove. Svolge una funzione importante nella sfida allo spopolamento che tante aree interne del Sud stanno affrontando senza strategie chiare. Campomarino mostra insomma come la cultura autentica e l’apertura al mondo esterno possano andare a braccetto.
Molti in città, guardando distratti, ignorano come certe tradizioni – qui – entrino senza fatica nel quotidiano, regalando a chi ci vive un senso di appartenenza senza barriere. E così, nei vicoli silenziosi di Campomarino, nel frangersi incessante delle onde, si continua a raccontare una storia di integrazione. Una traiettoria che non si ferma, anzi: guarda avanti con orgoglio e consapevolezza delle proprie radici.