Funghi di montagna: la guida essenziale per distinguerli senza rischi e raccoglierli sicuri

L’odore di foglie bagnate e il rumore del passo sul muschio introducono la giornata di chi va a cercare funghi in montagna. La raccolta può trasformarsi in un’attività pratica e utile, ma richiede metodo: non si tratta solo di trovare un esemplare interessante, ma di saperlo riconoscere, conservarne l’integrità e rispettare il territorio. Un comportamento attento evita rischi per la salute e riduce l’impatto sull’ambiente, elementi che chi frequenta i boschi con costanza ha imparato a considerare.

Come muoversi: regole di sicurezza e prima attrezzatura

Prima di entrare nel bosco è fondamentale avere chiaro che la raccolta dei funghi non è un gioco. Conviene muoversi in compagnia di un micologo o di un raccoglitore esperto quando si è alle prime armi, e portare con sé una guida al riconoscimento aggiornata con immagini chiare e descrizioni specifiche. Un dettaglio che molti sottovalutano è la scelta del contenitore: il cestino in paglia o vimini mantiene i funghi aerati e riduce il rischio di decomposizione rispetto ai sacchetti di plastica, che aumentano la sudorazione e la fermentazione.

Funghi di montagna: la guida essenziale per distinguerli senza rischi e raccoglierli sicuri
Funghi di montagna: la guida essenziale per distinguerli senza rischi e raccoglierli sicuri – ispettorimicologi.it

Durante la raccolta è pratica comune lasciare sul terreno esemplari giovani, deformati o con odore sgradevole: sono spesso campanelli d’allarme. Altra regola pratica è tagliare il gambo alla base per limitare i danni al micelio, invece di estirpare la specie intera. A livello normativo, in molte aree alpine e appenniniche la raccolta è subordinata a un permesso rilasciato dai servizi comunali o forestali; informarsi prima di partire evita multe e chiarisce limiti quantitativi e periodi consentiti.

Un comportamento rispettoso include anche la pulizia del punto di raccolta e il non allontanarsi dai sentieri principali se non si è esperti. Un micro-consiglio pratico, che raccontano anche i tecnici del settore: annotare il luogo e la data delle raccolte aiuta a capire i cicli stagionali delle diverse specie e a pianificare uscite più sicure nel corso dell’anno.

Il porcino: caratteristiche da verificare prima di raccoglierlo

Tra i funghi di montagna il porcino rimane quello più ricercato per sapore e resa in cucina. La specie più nota è il Boletus edulis, riconoscibile per la consistenza carnosa e l’aspetto solido, ma la semplicità apparente inganna: il riconoscimento corretto passa dall’osservazione attenta del cappello, del gambo e della superficie sottostante. Il cappello è normalmente convesso, con colorazioni che vanno dal marrone chiaro al bruno scuro; il gambo è robusto, spesso con una reticolatura più chiara in rilievo.

Sotto il cappello si trova una porosità e non lamelle: le spugnole bianche diventano crema e poi tendono al giallo con l’età. Chi vive in città spesso non nota quanto cambi l’aspetto di un fungo tra il momento in cui viene raccolto e le ore successive: è un aspetto che sfugge a molti, ma è importante per evitare errori di identificazione. La dimensione è un altro fattore pratico; i porcini maturi raggiungono facilmente diametri significativi, e chi raccoglie con criterio privilegia esemplari ben formati piuttosto che i più piccoli.

Il periodo tipico di ricerca in Italia comprende i mesi autunnali, specie dopo piogge abbondanti seguite da qualche giorno asciutto. I porcini si trovano spesso nei boschi misti, associati a querce, faggi e pini, e i raccoglitori più esperti sanno riconoscere i micro-habitat dove tendono a comparire. In cucina il porcino conferisce note profonde: dal risotto ai funghi porcini alle tagliatelle, resta un ingrediente chiave per piatti che richiedono aroma e struttura.

Champignon e cardoncelli: riconoscere due compagni di bosco

Oltre al porcino, in montagna si incontrano altre specie apprezzate come lo champignon e il cardoncello, entrambe facili da inserire in ricette quotidiane ma con caratteristiche molto diverse. Lo champignon, spesso chiamato prataiolo o portobello nelle varietà più grandi, si distingue per il cappello che da emisferico diventa piano, e per le lamelle sotto il pileo che cambiano colore dal rosa al bruno-nerastro con la maturazione. Cresce in prati ricchi di sostanza organica e ai margini dei boschi, e la sua stagione migliore è generalmente l’autunno.

Il Agaricus bisporus è una specie che chi coltiva funghi in casa conosce bene, ma nel territorio montano può crescere spontanea dove il suolo è vivo. Un fenomeno che in molti notano solo d’inverno è che la conservazione dopo la raccolta influisce molto sul sapore: pulirli subito e conservarli a bassa temperatura mantiene la fragranza tipica che li rende versatili in piatti come gli champignon trifolati o come guarnizione di carni.

Il cardoncello, appartenente alla famiglia delle Pleurotaceae, è invece un protagonista del Sud Italia ma presente anche nelle zone montane del bacino mediterraneo. Ha un cappello carnoso, spesso di colore bruno scuro, e non presenta lamelle sottili come gli Agaricus. Spesso cresce vicino ai cardi selvatici e in habitat caldi dove l’Eryngium è presente; questa associazione è un indicatore utile per chi cerca la specie sul territorio.

In cucina i cardoncelli si prestano a preparazioni robuste: dai cardoncelli gratinati alle ricette tradizionali della cucina meridionale. Per chi raccoglie, il consiglio pratico è annotare il luogo di ritrovamento e la specie più frequente: conoscere il bosco permette di tornare nei punti giusti e di ridurre gli errori, limitando il rischio di confusione con specie non commestibili e valorizzando la biodiversità che questi ambienti mostrano ogni stagione.

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