Nel bosco, tra foglie umide e tronchi marcescenti, un cappello di fungo può apparire come un intervallo improvviso nella vegetazione: solido, a volte grande quanto un piatto, altre volte fragile e trasparente. Il recente ritrovamento di un esemplare che supera i 2 kg ha riacceso l’interesse pubblico, ma dietro a quella vista c’è una biologia precisa e non un prodigio. È importante capire che i funghi non sono piante: assorbono ciò che trovano e trasformano legno, foglie e suolo in risorse per crescere.
Che cosa mangiano e perché non sono piante
I funghi sono organismi eterotrofi: non sintetizzano il proprio nutrimento per mezzo della fotosintesi clorofilliana, ma vivono di materia organica preesistente. Le loro cellule rilasciano enzimi che degradano la sostanza organica complessa e poi la rendono assimilabile; il nutrimento viene quindi assorbito dall’ambiente già pronto, senza radici vere e proprie come quelle delle piante. Questo spiega perché si trovano spesso su tronchi in decomposizione, lettiere di foglie o su suoli ricchi di humus.

Dal punto di vista strutturale, ciò che vediamo—il cappello e il gambo—è solo la parte riproduttiva di un organismo molto più esteso: la rete di ife sotterranee o nello strato di legno, che può estendersi per metri, persino per ettari in alcune specie. Un dettaglio che molti sottovalutano: la dimensione visibile non sempre riflette la massa biologica complessiva della specie.
Per questo motivo, il comportamento dei funghi è strettamente legato al contesto ambientale: umidità, temperatura del suolo e disponibilità di materiali organici influenzano fioriture e abbondanza. Chi vive in città lo nota nei viali alberati dove, dopo settimane di pioggia, compaiono cerchi o gruppi regolari di cappelli. Questo è il primo elemento utile per riconoscere dove cercare o, al contrario, dove evitare raccolte improvvisate.
Miti e credenze che hanno accompagnato il loro aspetto
Fin dall’antichità i funghi hanno suscitato spiegazioni mitiche perché sembrano materializzarsi dal nulla. Nella tradizione greca il legame con il sacro è evidente: si racconta che Perseo trovò ristoro nell’acqua raccolta nel cappello di un fungo, episodio che alcuni tramandi associano alla nascita di Micene e alla diffusione di pratiche religiose legate alla natura. Nei miti romani e greci si trovano anche immagini che collegano i funghi ai fenomeni celesti: si diceva che i fulmini scagliati da Giove lasciassero nella terra i segni della vita fungina.
Nel Nord Europa la narrazione cambia sfumatura: per i popoli nordici i funghi sarebbero nati dalla saliva montata del cavallo divino, collegata a Odino e alle notti tempestose; metafore che spiegavano la comparsa improvvisa dopo eventi atmosferici estremi. Queste storie non erano solo fantasia: riflettevano osservazioni empiriche sulla relazione tra pioggia, vento e fioriture fungine.
In ambito popolare, in diverse regioni d’Italia si sono diffuse usanze pratiche e superstiziose: uscire per la raccolta con i vestiti al rovescio era ritenuto propizio, una credenza ancora ricordata nei dialetti, come il modo di dire ligure che indica chi ha la camicia sbagliata. Un fenomeno che in molti notano solo d’inverno riguarda poi l’attenuazione della raccolta: la stagione fredda riduce l’attività fungina, ma non la fa scomparire del tutto.
Queste narrazioni hanno contribuito a un’immagine ambivalente: i funghi sono visti insieme come dono e come elemento pericoloso, una dualità che si riflette ancora nelle pratiche di raccolta e consumo.
Come riconoscerli e le precauzioni scientifiche
Per chi si avvicina alla raccolta la prima regola rimane la prudenza: non esistono metodi popolari infallibili per distinguere i commestibili dai tossici. La storia porta testimonianze di tentativi empirici—osservare se gli animali li mangiano, controllare il profumo o cercare la presenza di anelli sul gambo—ma la scienza mostra che queste tecniche sono fuorvianti. Un esempio noto è l’errore che porta a sottovalutare l’Amanita phalloides, fungo mortale che può essere consumato da lumache e presenta anelli vistosi.
Per questo motivo, gli esperti raccomandano di limitarsi a specie funghi commestibili riconosciute con certezza e di rivolgersi ad esperti micologi per il controllo prima del consumo. Nei corsi di micologia e nei punti di controllo provinciale si imparano criteri di identificazione basati su spore, struttura lamellare, habitat e reazioni chimiche specifiche.
Un aspetto che sfugge a chi vive in città è l’importanza del contesto ecologico: la stessa specie può variare nel sapore e nella tossicità a seconda del substrato e dell’inquinamento del suolo. Per questo motivo, anche chi conosce una specie dovrebbe evitare raccolte in aree a traffico intenso o vicino a impianti industriali.
Infine, resta il valore culturale delle immagini e delle fotografie: come quelle inviate da lettori che documentano ritrovamenti nei boschi, utili per la sensibilizzazione e per mostrare la diversità. Una conseguenza concreta è che sempre più comunità locali organizzano momenti di formazione pratici, dove i raccoglitori possono confrontarsi con micologi e migliorare le pratiche sul territorio.